Postfazione di Pino Arlacchi del libro di Morsolin Cristiano: Antimafia andina

Antimafia Andina. Il contributo dell’antimafia sociale e

della nonviolenza alla pace in Colombia.

Autore: Cristiano Morsolin, Edizioni Antropos, pag. 153, 2017

Prefazione: Davide Mattiello.

 

Postfazione: Pino Arlacchi

Prima di tutto, per definire il fenomeno mafia si puo’ affermare che:

La mafia è un potere criminale che si serve della violenza per accumulare ricchezza. È anche un potere territoriale, che estrae risorse da un determinato territorio abolendo drammaticamente i diritti umani. La mafia è un potere parallelo extra-legale nei cui confronti non valgono le garanzie costituzionali. Sarebbe generico dire solo che si tratti di un potere violento, perché anche il potere politico può essere violento, e così quello delle dittature che abolisce i diritti, e anche il potere di certe forme di sfruttamento capitalistico altrettanto disastrose come esito per i diritti. Ma il potere della mafia – delle mafie, perché stiamo parlando ormai di un fatto che non è solo italiano ma mondiale – segue più o meno uno stesso modello. La mafia si garantisce l’impunità attraverso la protezione politica, intimidendo o eliminando gli oppositori, sia nello Stato che nella società. Nello Stato chiunque devia da un certo standard di tolleranza e di lassismo nei confronti delle indagini contro la mafia, viene individuato e colpito, e così, nella società civile, chiunque si batta con determinazione e con sincerità, perché rappresenta comunque un pericolo. Questo è il modo con cui le mafie – più o meno in tutto il mondo – si comportano.

Io ho cominciato a interessarmi a questi problemi nel 1977 e pensavo fossero dei problemi meridionali, italiani, ma poi, andando alle Nazioni Unite, mi sono accorto che avevo trattato un fenomeno che in realtà era mondiale. E gli elementi di tale fenomeno sono, in definitiva, tre: la protezione politica, la cancellazione dei diritti, l’uso della violenza ai fini dell’accumulazione. Questi tre elementi rappresentano proprio il marchio del potere mafioso in tutto il mondo .

Morsolin sottolinea come il percorso intrapreso dall’Italia, è diventato il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale.
Non posso evitare di riferirmi ad episodi di cui sono stato parte attiva. Tra il 1982, data dell’assassinio del generale Dalla Chiesa e del varo delle prime misure di effettivo contrasto della mafia (legge Rognoni-La Torre), e il dicembre 2000, data della Conferenza di Palermo, l’Italia è stata il laboratorio della lotta contro la criminalità transnazionale. Assieme a un gruppo di colleghi e collaboratori che hanno poi proseguito quell’impegno, Giovanni Falcone ha creato una serie di tecnologie giuridiche d’avanguardia, la cui efficacia si è dimostrata micidiale ovunque esse siano state applicate. I pool antimafia, la confisca dei beni, la protezione dei testimoni, l’abolizione del segreto bancario, la specializzazione delle polizie, l’unificazione degli spazi giuridici e l’indipendenza degli uffici investigativi sono alla base della Convenzione di Palermo del 2000 e stanno diventando il linguaggio comune delle polizie e dei pubblici ministeri di tutto il mondo. Concepire tutto ciò nella realtà di venti anni addietro, quando ancora molti si chiedevano se la mafia esistesse davvero, e quando tutti gli altri paesi europei guardavano all’Italia come l’ammalato cronico del continente (oggi il terrorismo, domani la mafia e dopodomani le bombe o la corruzione) equivale a ad una piccola, geniale rivoluzione. Diventata istituzione e orgoglio di tutto il paese. A caro prezzo. E uno dei più cari è stato proprio il sacrificio di Giovanni Falcone (assassinato nel maggio 1992) .

Ho lavorato insieme al giudice Giovanni Falcone che per me rimane il riferimento piu’ importante nella lotta antimafia da un punto di vista istituzionale, ma anche il volto visibile di uno Stato presente che non accetta compromessi ma costruisce politiche di governo per sconfiggere il crimine organizzato.

Il colpo che ha dato Giovanni Falcone, insieme con Paolo Borsellino a Cosa Nostra è stato decisivo; la mafia terroristica, la mafia del sangue e della violenza è stata sconfitta, purtroppo però sopravvive sotto forme più insidiose ma ha dovuto rinunciare al suo progetto di sfida diretta allo Stato. Il grande contributo di Falcone e Borsellino per tutta una generazione di magistrati e uomini di legge è stato quello di rompere la complicità dello Stato con la mafia, una parte dello Stato è riuscito in certi momenti anche a vincere la lotta contro la mafia dimostrando che la mafia è morte e violenza, togliendo consenso alla mafia perché la forza principale della mafia in passato era la popolarità, il fatto che la gente in Sicilia e Calabria e nel resto del Sud, la riteneva un’espressione giusta e valida della cultura e dei sentimenti popolari. Tutto questo è andato in pezzi, è stato distrutto, dall’azione più che decennale di questi uomini di legge accompagnati però dalla società civile. Ci sono state tante persone che sono morte , tanti giornalisti e persone normali, funzionari che nessuno oggi ricorda che facevano il loro dovere e sono stati uccisi dalla delinquenza mafiosa e dalla politica corrotta, alla fine però un risultato l’hanno portato: oggi la mafia è sulla difensiva, la mafia terroristica è stata sconfitta, abbiamo un grande problema di corruzione pubblica collegata con la mafia, una mafia diventata più nascosta e più insidiosa, più sommersa.

Morsolin analizza la mobilitazione della societa’ civile, come per esempio il percorso della rete nazionale Libera, nomi e numeri contro la mafia ma anche vari settori della Chiesa cattolica, dell’imprenditoria sana e di amministratori locali impegnati sul fronte della legalità – ha realizzato un autentico cambiamento culturale.

CONTINUA A LEGGERE:

http://www.pinoarlacchi.it/it/pubblicazioni/saggi/1156-accion-no-violenta-y-lucha-antimafia-ique-puede-aprender-colombia-de-italia-

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