La profezia di pace del Cardinale Paulo Arns. Speciale di Cristiano Morsolin

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In un messaggio in occasione dei 50 anni di ordinamento episcopale di don Paulo Arns, Cardinale emerito della metropoli di Sao Paulo, papa Francesco ha sintetizzato: “Chi, di fatto, non ha conosciuto la tua grande dedizione nel promuovere i diritti dei poveri, nella difesa della vita degna per tutti, nell’aiuto alle famiglie e agli oppressi! Quindi non riteniamo necessario ricordare ciascuno dei tuoi incarichi e dei tuoi meriti, che sono moltissimi, e che, certamente, solo Dio conosce”.

La traiettoria di don Paulo Evaristo Arns è segnata dalla sua fedeltà alla democrazia e al popolo.

Il 14 settembre 2011 il francescano dom Paulo Evaristo Arns (“dom” in Brasile equivale al titolo di monsignore riservato ai vescovi italiani) ha compiuto 90 anni. Dal 15 aprile 1988 è arcivescovo emerito della diocesi di São Paulo, che ha servito dapprima come vescovo ausiliare dal 1966, poi come arcivescovo dal 1970. Il 5 marzo 1973 fu nominato cardinale.

I primi due decenni del suo episcopato sono coincisi con i tempi di fuoco della dittatura militare, iniziata nel 1964 con il colpo di stato contro il presidente João Goulart. Dom Paulo divenne subito il simbolo della difesa dei diritti umani, non solo nella diocesi di São Paulo ma in tutto il Brasile.

Una delle sue prime decisioni fu quella di vendere il palazzo vescovile e destinare il ricavato alla costruzione di case popolari nella periferia della metropoli, in continua crescita per l’arrivo di milioni di immigrati.

Instancabile nel denunciare gli arresti arbitrari e gli abusi della giunta militare, visitava le comunità povere della periferia per incoraggiare i lavoratori a organizzarsi per essere in grado di giocare un ruolo da protagonisti nella storia del paese.

Nel 1972 creò la Commissione “Giustizia e pace” diocesana, che iniziò le sue riunioni nella sua stessa casa, con la partecipazione di importanti giuristi, militanti, lavoratori e intellettuali impegnati a cercare e trovare modi per denunciare arresti illegali e prigioni segrete. Il risultato dell’intenso lavoro di queste persone riunite e animate da dom Paulo sono le 3.000 pagine di documenti conservate presso il Consiglio mondiale delle chiese a Ginevra.

Nel 1974, fu imprigionato Waldemar Rossi, operaio metallurgico, sindacalista e membro del coordinamento della Pastoral Operária dell’arcidiocesi di São Paulo, che aveva contribuito a fondare proprio in quei giorni. Per 12 giorni fu tenuto in una cella di isolamento, poi per altri 13 senza la possibilità di comunicare con altre persone. Dom Paulo perse la pazienza, si recò alla stazione di polizia e chiese con forza di poter vedere l’amico. Al termine dell’incontro, rivolgendosi ai poliziotti, li apostrofò: «Voi avete torturato quest’uomo. Non riesce più a stare in piedi». Subito dopo, fece una denuncia pubblica.

Nell’ottobre 1975, il giornalista Vladimir Herzog fu trovato morto nella sua cella. La polizia parlò di suicidio. Ma dom Paulo smascherò quel goffo tentativo di nascondere la verità: «L’avete ucciso», disse. Poi organizzò nella cattedrale un culto ecumenico (Herzog era un ebreo), alla presenza di migliaia di persone. Sono in molti oggi in Brasile a sottolineare l’importanza simbolica di quell’evento, al punto da considerarlo l’inizio della fine della dittatura.

Nel 1979, durante uno sciopero, la polizia militare uccise Santo Dias da Silva, operaio, anch’egli tra i fondatori della Pastoral Operária e amico personale del vescovo. Prima che la polizia facesse sparire il corpo, dom Paulo, vestito da cardinale, corse all’Istituto medico legale e chiese di poter vedere l’amico ucciso. Davanti all’esitazione dei poliziotti, intimò: «Aprite la porta. Sono l’arcivescovo di São Paulo». Entrò nella stanza, si avvicinò al cadavere, pose la sua mano sulla ferita provocata dalla pallottola e disse: «Voglio vedere chi oserà negare la paternità di questo crimine». Il giorno dopo, celebrò una messa in suffragio dell’amico, seguita da una lunga processione con migliaia di persone.

Com’era visto dom Paulo dentro la chiesa?

Riporto le parole di José de Souza Martins, professore emerito dell’Università São Paulo, studioso della storia della chiesa in Brasile: «Nell’ambito della chiesa, dom Paulo non godeva di forti appoggi, come sarebbe stato necessario. A Roma si formulavano riserve sulla teologia della liberazione, indebitamente interpretata come lettura marxista del Vangelo. Dom Paulo sapeva che alto sarebbe stato il prezzo che avrebbe dovuto pagare per la sua opzione preferenziale per i poveri, per la sua lotta per la giustizia e la verità, per la sua denuncia delle violenze commesse dal regime dittatoriale. E lui, serenamente, l’ha pagato», riporta Nigrizia.

CONTINUA A LEGGERE:

http://www.farodiroma.it/2016/12/16/comera-visto-dom-paulo-dentro-la-chiesa-di-cristiano-morsolin/

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