Trump ripeterá gli errori di Reagan in Nicaragua?, inchiesta di Morsolin

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Il capo dello stato uscente Daniel Ortega vince le elezioni presidenziali in Nicaragua.

Le urne lo hanno riconfermato domenica con il 73,2% dei voti, su circa 4 milioni di aventi diritto. L’ex comandante sandinista, che ha confermato le previsioni dei sondaggi, assumerà l’incarico il prossimo 10 gennaio insieme alla vicepresidente Rosario Murillo, un’altra storica dirigente, moglie di Ortega. Governeranno fino al 2022.

Al secondo posto, Maximino Rodriguez, del Partido Liberal Constitucionalista (Plc), una delle sei formazioni – tutte variamente modulate a destra -, che ha totalizzato il 14,2% dei voti. Si è recato alle urne il 65,8% degli iscritti a votare, per eleggere anche 20 deputati nazionali, 70 a livello dipartimentale e regionale e 20 al Parlamento centroamericano.

La parabola di Daniel Ortega sembra non avere fine: e’ il candidato del Fsln (Frente sandinista de liberación nacional) e lo è stato a tutte le elezioni che si sono succedute nella repubblica centroamericana dopo la vittoria dei sandinisti il 19 luglio 1979. Il 4 novembre 1984, a 39 anni, Ortega aveva vinto con il 63 per cento dei voti le prime elezioni libere dopo la caduta del dittatore Anastasio Somoza. Sconfitto nel 1990 dall’ex alleata nella Giunta di ricostruzione nazionale Violeta Barrios de Chamorro (che guidava una coalizione di 14 partiti), non gli era andata bene neanche nei due turni successivi, ma nel novembre 2006 è tornato a essere il presidente di 5,6 milioni di nicaraguensi.

Il consenso di Ortega e del Fsln è tuttavia indubbio, frutto di un largo riconoscimento popolare. Dopo 17 anni di governi neoliberisti, è riuscito a tirar fuori il paese dall’abisso, costruendo un’alleanza anche con i settori imprenditoriali interessati alla crescita dell’economia nazionale, che ha fatto registrare un aumento annuale del 4,5% (più del doppio di quello che è avvenuto in tutta l’America Latina). Nel 2007, Ortega aveva ereditato il secondo paese più povero dell’America latina. Nell’ultimo decennio, grazie alla cooperazione di Cuba e Venezuela all’interno dell’Alba e alle politiche pubbliche, il Pil è cresciuto del 40%.

Da sottolineare che il 45% del Pil lo produce l’economia popolare (cooperative, imprese autogestite o recuperate…) e che il Nicaragua ha già raggiunto la sovranità alimentare grazie alla diversificazione degli alimenti, includendo una sovrapproduzione di carne e latte che va all’esportazione.

Dati macroeconomici che si trasferiscono alla vita quotidiana: “progressi nella costruzione di strade e nell’elettrificazione, a cui la gente dà molto valore. Educazione e salute pubbliche e gratuite. Piani sociali come Hambre Cero (Fame Zero), Usura Cero, buoni produttivi.

A questo va sommato l’alto livello di sicurezza, in una regione considerata tra le più violente al mondo.

Secondo gli analisti, il fatto che il Nicaragua sia impermeabile al terribile fenomeno della mara o pandilla – dipende dal controllo sul territorio, che riescono a esercitare le strutture sociali e la polizia comunitaria, figlie della Rivoluzione sandinista.

Questi buoni risultati nella lotta contro la povertá spesso non bastano agli osservatori internazionali che interpretano negativamente “l’organizzazione autoritaria” della famiglia Ortega.

Continua a leggere:

http://www.farodiroma.it/2016/11/11/trump-ripetera-gli-errori-di-reagan-in-nicaragua-inchiesta-di-cristiano-morsolin/

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