Bolivia e Grecia: esempi di autodeterminazione dei popoli

Syriza

Considerata la nazione più povera dell’America del Sud, la Bolivia è cresciuta del 6,5% nel 2013, il miglior risultato negli ultimi tre decenni. Tra il 2007 e il 2012, la crescita annuale del PIL è stata del 4,8%. Il Presidente Evo Morales, primo presidente indigeno del Paese sudamericano ex sindacalista cocalero,  ha ottenuto il suo terzo trionfo nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2014 guadagnando il 61% dei voti e si e’ insediato lo scorso 22 gennaio. Da quanto è salito al potere, nel 2006, il boom dei prezzi delle materie prime ha aumentato di nove volte i proventi delle esportazioni nazionali e la Bolivia ha accumulato 15,5 miliardi di dollari di riserve internazionali, ha nazionalizzato le risorse naturali come il gas. La crescita economica è arrivata in media al 5% annuo, al di sopra del resto della regione. Morales, 55 anni, ha utilizzato questi proventi per creare sussidi per i bambini in età scolare e pensionati. Mezzo milione di persone è uscito dalla povertà. Finora Morales ha speso bene i fondi a sua disposizione, e per qualunque successore sarà molto difficile abbandonare questo percorso di “investimento sociale”. Ha anche dato alla maggioranza indigena voce in capitolo nelle decisioni politiche a livello nazionale.

Va sottolineata la sua capacità di ascoltare le esigenze del popolo boliviano indio – di gran lunga maggioritario – che sino ad allora era stato escluso da qualsiasi progetto d’inclusione prima del suo avvento al potere. Sino ad una ventina d’anni fa nella zona sud di La Paz, quella dei ricchi, era quasi abitudine che i commessi di negozi e supermercati servissero prima i clienti “bianchi” e solo dopo gli indigeni.

Questa rottura decoloniale e opposizione al razzismo, si manifesta anche nel riconoscimento politico dei movimenti social come costruzione collettiva del socialismo comunitario del secolo XXI.

(Continua a leggere: http://altrefrontiere.org/2015/02/21/insediamento-del-terzo-mandato-di-evo-morales-decolonizzazione-e-lavoro-minorile-in-bolivia-scandalo-o-riscatto/ ).

Sono molto d’accordo con Donatella della Porta, che analizza il versante Europeo dei partiti collegati a movimenti sociali vincenti in Grecia e Spagna:

“I risul­tati delle ele­zioni in Gre­cia testi­mo­niano che, sem­pre di più, i peren­tori dik­tat di isti­tu­zioni finan­zia­rie nazio­nali e inter­na­zio­nali — da ultimo la Bun­de­sbank e il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale — non pro­du­cono più paura, ma piut­to­sto indi­gna­zione per la vio­la­zione di ogni par­venza di demo­cra­zia e sovra­nità nazio­nale, non­ché per il loro evi­dente fal­li­mento nel rea­liz­zare quella cre­scita eco­no­mica che viene pro­messa, ma da lungo tempo non più rea­liz­zata. Il rifiuto è tanto più forte quanto più poteri sem­pre più opa­chi — troike varie, Euro­gruppi o, appunto, le ban­che — pre­ten­dono non solo dai paesi più poveri l’implementazione di stan­dard di bilan­cio, a cui comun­que si deroga per i paesi più potenti, ma anche di imporre «riforme» (ad esem­pio, le dere­go­la­men­ta­zione del mer­cato del lavoro, la ridu­zione dei diritti dei lavo­ra­tori, la ridu­zione dei ser­vizi sociali) la cui effi­ca­cia nes­suno ha finora provato. In una situa­zione di emer­genza uma­ni­ta­ria, le minacce di que­ste isti­tu­zioni non hanno pro­dotto sot­to­mis­sione, ma ribel­lione. Rispetto ad una arro­ganza, con­si­de­rata da molti come ille­git­tima e inef­fi­cace, gli elet­tori greci hanno votato a mag­gio­ranza per un par­tito che non è euro­scet­tico, ma piut­to­sto pro­pone una diversa visione dell’Europa. Al di là dell’esito delle ele­zioni, con un soste­gno a Syriza mag­giore del pre­vi­sto sep­pure non tale da garan­tire una mag­gio­ranza asso­luta di seggi, la spe­ranza per un’Altraeuropa viene dal pro­cesso che si è avviato nel 2011 e che è pro­se­guito fino al 2015. Da un lato, al discorso di paura dei governi e delle isti­tu­zioni finan­zia­rie, si è con­trap­po­sto un discorso di spe­ranza — prag­ma­tico nella richie­sta di rico­struire con­di­zioni minime di benes­sere e di demo­cra­zia, ma anche di rot­tura rispetto all’evoluzione poli­tica degli ultimi decenni. Attra­verso que­sto pro­cesso si è con­fer­mata l’importanza, a sini­stra, di man­te­nere un col­le­ga­mento tra movi­menti sociali e rap­pre­sen­tanza par­ti­tica nella difesa di diritti che i gover­nanti hanno defi­nito supe­rati, ma che i cit­ta­dini con­si­de­rano ancora fon­da­men­tali. Que­sto è un mes­sag­gio che va oltre la Gre­cia, così come oltre la Gre­cia è andata la pas­sione e l’entusiasmo che que­ste ele­zioni hanno susci­tato a sini­stra, soprat­tutto nel Sud Europa. Da que­sto punto di vista, le ele­zioni in Gre­cia sono un momento di svolta anche per la sini­stra euro­pea. Resta certo da vedere in che misura l’emozione posi­tiva per una prima vit­to­ria a sini­stra con­tro l’austerity in Europa si possa tra­sfor­mare nei vari paesi euro­pei in un pro­getto alter­na­tivo che, senza copiare Syriza, rie­sca a costruire un per­corso vin­cente nelle piazze, ma anche all’interno delle istituzioni. Quello che è certo è che, ina­spet­ta­ta­mente, pro­prio quando le oppor­tu­nità isti­tu­zio­nali sem­bra­vano più chiuse per i movi­menti sociali che si oppo­ne­vano alle poli­ti­che di auste­rità recla­mando diritti sociali, in Gre­cia ma anche in Spa­gna, par­titi in vario modo col­le­gati a movi­menti sociali, inno­va­tivi, dina­mici e vin­centi, sono emersi dopo le scon­fitte dei par­titi di centro-sinistra, che sono diven­tati di cen­tro, ma anche dei par­titi di sinistra-sinistra resi­duati dal pas­sato. Men­tre in Gre­cia e in Spa­gna la gestione della crisi ha pro­dotto il crollo dei par­titi di cen­tro­si­ni­stra, che hanno perso iscritti ed elet­tori, per la prima volta occa­sioni di governo si aprono per nuovi par­titi di sini­stra, radi­cali ma prag­ma­tici, non popu­li­sti ma orien­tati a rico­sti­tuire una visione di popolo, non euro­scet­tici ma inte­res­sati a un’Altraeuropa. Se un pro­getto posi­tivo di Europa potrà rina­scere, sarà a par­tire da que­ste nuove forme, in appa­renza non effi­mere, di riven­di­ca­zione di diritti civili, poli­tici e sociali”( Il Manifesto del 29.1.2015).

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