10 ANNI DALLA CAMPAGNA ECCLESIALE SUL DEBITO ESTERO

– 28.06.10 –

«Ventotto Paesi hanno terminato l’iniziativa di cancellazione del debito dei paesi più poveri. Laddove questa campagna si è legata rigorosamente alla lotta alla povertà per il futuro e con il coinvolgimento della società civile, i risultati sono stati positivi. Questa cifra però va messa in relazione alla totalità dei Paesi, circa 70, che hanno un grave problema di debito».

Lo ha dettoRiccardo Moro, già direttore della Fondazione «Giustizia e solidarietà», illustrando  i risultati del «Rapporto sul debito 2005-2010» presentato nell’ambito del seminario promosso dal «Tavolo giustizia e solidarietà» della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), sul tema «A dieci anni dalla Campagna ecclesiale sul debito estero», svoltosi a Roma venerdi 18 giugno 2010. «Se il risultato delle campagne giubilari non ha sempre ottenuto cancellazioni – ha spiegato Moro – c’è stato però un buon risultato a livello politico. A differenza del passato, oggi questi principi sono riconosciuti e accettati e hanno prodotto un clima nuovo. In particolare, nel biennio tra il 1999 e il 2000, siamo entrati nella logica d’inserire il problema del debito nella prospettiva più ampia della lotta alla povertà, ponendo il tema dei finanziamenti allo sviluppo».

Oltre all’impegno per i Paesi non toccati dalle cancellazioni, tra gli obiettivi per il futuro il Rapporto indica quelli di «far crescere strumenti per costruire nuove regole di prestito più responsabile o per un arbitraggio delle crisi». «La giustizia si costruisce ricostruendo relazioni umanizzanti tra i popoli. In tal senso è un lavoro che tocca la responsabilità di tutti i cittadini della società civile». Questa, ha aggiunto Moro, l’idea di fondo che ha guidato 10 anni di lavoro per la conversione del debito in Guinea e Zambia dove sono stati finanziati oltre 1.100 progetti. Su questa linea il «Tavolo giustizia e solidarietà» continua il percorso iniziato con la campagna giubilare realizzata in Italia tra il 1999 e il 2001 richiamando all’impegno di tutti i cittadini nella società civile. Rispetto al futuro il «Rapporto 2005-2010» evidenzia come la questione del debito «presenta un nuovo rischio di vulnerabilità di fronte alla crisi finanziaria».

CONIUGARE LOCALE E GLOBALE

«Oggi viviamo in un sistema economico che soffre di un’incapacità di coniugare in maniera proporzionale il profitto locale con il rischio globale». L’incidente della piattaforma petrolifera in Messico, la crisi economica in Grecia, «sono solo alcuni degli esempi di come scelte a livello locale e globale siano strettamente connesse». È quanto ha sottolineato padre Paolo Foglizzo, gesuita della rivista «Aggiornamenti Sociali», intervenendo a Roma alla prima sessione del seminario del Tavolo ecclesiale «Giustizia e solidarietà». In un orizzonte dove l’unico criterio guida rischia di essere la massimizzazione del profitto, padre Foglizzo ha indicato come «bussola di orientamento per invertire la rotta», il concetto di «civilizzazione dell’economia» di cui parla la «Caritas in Veritate» di Benedetto XVI. Nell’enciclica, ha spiegato il gesuita, il Papa sostiene che «lo sviluppo deve essere pluralistico e plurale». Ciò significa che «tutti i soggetti coinvolti, dal locale al globale -imprese, Ong, Organizzazioni internazionali…- sono strumenti che possono concorrere insieme, responsabilmente, a costruire un’economia che abbia come riferimento primo la dignità della persona, l’uomo che deve essere il centro e il fine di tutta la vita economica».

IMPEGNO DELLA SOCIETÁ CIVILE

Insomma la «morale della favola» che si può ricavare da questi dieci anni è, come ha sottolineato lo stesso Moro, che «laddove l’iniziativa è stata legata rigorosamente alla lotta alla povertà per il futuro e con il coinvolgimento della società civile, i risultati sono stati positivi». Il debito cancellato dall’Italia arriva alla cifra di 6,553 miliardi di euro. È quanto l’Italia ha stanziato, nell’arco di 10 anni, per cancellare (o riconvertire) il debito estero dei Paesi in via di sviluppo. L’ha fatto in virtù di una legge n° 209 del 2000, varata sull’onda di una mobilitazione che, avviata da Giovanni Paolo II alla vigilia del Giubileo, è stata fatta propria dal mondo missionario e dalla Chiesa italiana.

«Il Rapporto sottolinea diverse tecniche di riduzione del debito come la riconversione. L’idea fondamentale è che il Paese debitore non paga più i creditori, mettendo il denaro su un fondo che è amministrato dal governo e dalla società civile locale e questo fondo viene utilizzato per finanziare progetti di sviluppo presentati dalle comunità locali, dai soggetti, da associazioni, enti, Ong locali». Su questi temi ho scritto un libro («Oltre il debito – America Latina: la conversione in investimenti sociali è risarcimento» (Emi) insieme a Riccardo Moro quando lavoravo alla Fondazione «Giustizia e solidarietà» e seguo alcuni progetti di conversione del debito in Perù con la positiva esperienza di ASPEm Associazione Solidarietà Paesi Emergenti di Cantù.

Oggi la ONG «Cristo de la Calle» di Ibarra sta promuovendo il progetto educativo di una azienda agricola per l’inserimento di ragazzi di strada grazie al fondo di conversione Italo-Ecuatoriano FIE. Ho appena pubblicato con la Compagnia di Gesù dell’Ecuador un voluminoso studio di 400 pagine sull’impatto del debito estero nei confronti dell’infanzia lavoratrice e povera dell’Ecuador, in termini di tagli all’educazione e salute, e aumento della miseria a causa del debito illegittimo che il Governo Correa si è rifiutato di pagare considerandolo un’ingiustizia strutturale dell’attuale architettura economia internazionale che deve essere cambiata, come chiedono vari Governi dell’America Latina su pressione di organizzazioni sociali come le reti «Giubileo Sud» e «Latindadd».

IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

L’Osservatorio sull’America Latina «Selvas» attivo su questi temi come il debito illegittimo in Ecuador, e per la cancellazione del debito dopo la catastrofe in Haiti e il Tribunale Permanente dei Popoli, dove l’Osservatorio «Selvas» ha appoggiato le denunce della Commissione della Pastorale della Terra CPT del Brasile, espressione della Conferenza Episcopale brasiliana CNBB (vedi mio studio «Brasil: lucha por la tierra y deuda social» appena pubblicato dal Centro Tricontinental CETRI di Bruxelles, diretto dal famoso sociologo e teologo Francois Houtart).

Sono pubbliche le ventisette sentenze emesse dal Tribunale Permanente dei Popoli, riunitosi a Madrid dal 14 al 18 maggio scorso, su casi di violazione dei diritti umani in America Latina. La sessione di Madrid è stata organizzata da oltre 300 associazioni che hanno svolto indagini per cinque anni, testimoniando che alcune multinazionali sono responsabili di abusi ambientali, appropriazione indebita di acqua pubblica, omicidi di sindacalisti e lavoratori, infrazione delle norme contrattuali e danni alla salute della popolazione latinoamericana. «La situazione di impunità deve essere trasformata in ammissione di responsabilità», ha dichiarato Andrés Ibañez, il magistrato spagnolo che presiede il Tribunale. Le sentenze del Tribunale hanno dimostrato che l’Unione Europea favorisce l’operato delle multinazionali attraverso strumenti finanziari, legislativi, e l’appoggio mediatico e diplomatico. Il Tribunale si è riunito in concomitanza con il vertice tra Unione Europea, America Latina e Caraibi, che si è svolto a Madrid, per segnalare che esistono politiche alternative al progetto capitalista e neo-liberale. «Il capitalismo europeo basato sulle politiche sociali è stato sostituito dalla eccessiva liberalizzazione e deregolamentazione», ha denunciato il professor Carlos Taibo, un membro della giuria.

Il Tribunale Permanente dei Popoli è un organo indipendente e non governativo che difende i diritti dei popoli ed è stato costituito nel 1979, a Bologna, dalla Fondazione Lelio Basso. É basato sul modello del Tribunale Russell, creato per valutare i crimini commessi dagli Stati Uniti durante la guerra in Vietnam. La giuria è formata da 130 esperti di diritto internazionale, politici e intellettuali. Costituisce un progetto innovativo di diritto internazionale ed è fondato sul presupposto che i diritti delle popolazioni non sono sufficientemente tutelati dalla Corte Penale Internazionale, attiva solo dal 2002. Dalla sua creazione, il Tribunale Permanente si è riunito in più di 30 sessioni, producendo giudizi su casi internazionali come il genocidio del popolo armeno in Turchia, la privazione dei diritti dei Sahrawi nel Sahara Occidentale, l’operato dei dittatori sudamericani e la deforestazione dell’Amazzonia da parte delle multinazionali statunitensi. Le sentenze sono inviate alle principali organizzazioni internazionali e sono state utilizzate anche dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU.

Anuncios

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión / Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión / Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión / Cambiar )

Google+ photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google+. Cerrar sesión / Cambiar )

Conectando a %s